La Grande Guerra

1914 – 1918

1914

L’inizio della Grande Guerra

Il 28 giugno del 1914 è passato alla storia come il giorno dell’attentato di Sarajevo. Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero austro-ungarico, e sua moglie Sofia vengono uccisi da Gavrilo Princip, membro dell’organizzazione nazionalista filoserba “Mlada Bosna” (“Giovane Bosnia”). L’episodio, risultato di tensioni che per anni hanno coinvolto l’Impero e la Serbia, innescò la crisi che avrebbe condotto allo scoppio della guerra.
In seguito all’attentato la situazione precipita: il 28 luglio l’imperatore Francesco Giuseppe firma la dichiarazione di guerra contro Serbia e Montenegro. È l’inizio del conflitto mondiale. Nel giro di poche settimane, per effetto delle alleanze siglate a fine Ottocento, entrano in gioco le principali potenze europee: da un lato Russia, Francia e Gran Bretagna della Triplice Intesa; dall’altro Germania e Impero austro-ungarico, uniti dalla Triplice Alleanza.

Grande assente, almeno in questa fase, è l’Italia che pur formalmente legata ad Austria e Germania resta neutrale, facendo appello al carattere difensivo dell’Alleanza.

Il Friuli Venezia Giulia all’inizio del conflitto

Mentre l’Italia resta esterna al conflitto, una parte dell’attuale Friuli Venezia Giulia è già coinvolta negli eventi bellici. Trieste, l’area circostante e la Contea di Gorizia e Gradisca appartengono infatti all’Impero asburgico. I giovani del territorio vengono fin da subito chiamati alle armi e vengono mandati a combattere in Galizia e sui Carpazi.

L’allargamento del conflitto

Ben presto gli Stati in guerra si rendono conto che non si sarebbe conclusa in tempi rapidi, contrariamente alle speranze iniziali. Nel giro di poche settimane le linee del fronte si stabilizzano e il conflitto si trasforma in una guerra di posizione. Nei mesi successivi, inoltre, entrano in gioco nuove potenze - l’Impero Ottomano e il Giappone –allargando il conflitto anche all’Asia: diventa a tutti gli effetti una guerra mondiale.

1915

L’Italia in guerra

Considerata la staticità delle linee sui fronti di guerra, per sbloccare la situazione si rendeva necessario aprirne di nuovi: l’Italia, ancora neutrale, assunse un ruolo fondamentale nello scacchiere internazionale.
L’Austria-Ungheria e la Germania, consapevoli delle mire territoriali del Regno d’Italia, danno inizio a delle trattative: a marzo l’Impero asburgico si dimostra disponibile a cedere il Sud Tirolo ma non Trieste. Per questo motivo le trattative si arenano.
Nel frattempo, l’Italia inizia a negoziare segretamente con la Triplice Intesa: quest’ultima voleva aprire un nuovo fronte per impegnare le potenze alleate. Dopo alcuni mesi di trattative, il 26 aprile viene stipulato in segreto il Patto di Londra: in cambio della discesa in guerra l’Italia avrebbe ottenuto una serie di territori a cui aspirava da tempo, tra cui il Sud Tirolo, il Trentino, Gorizia, Gradisca, Trieste e l’intera penisola istriana fino al Golfo del Quarnaro. L’Italia inizia quindi i preparativi per l’entrata in guerra.
Viene previsto un piano di offesa e contenimento dal Passo dello Stelvio (al confine tra Lombardia e Alto Adige) sino alla zona orientale della pianura friulana, per un totale di circa 600 kilometri divisi in 5 settori. Il 23 maggio l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria e il giorno successivo l’esercito oltrepassa il confine dando inizio alle operazioni specialmente nel Friuli orientale.

Il fronte isontino

Nella zona del Medio e Basso Isonzo, l'obiettivo iniziale era isolare Gorizia raggiungendo a sud Monfalcone e a nord la conca di Caporetto. Gli italiani organizzano un primo attacco al Monte Calvario, nei pressi di Gorizia, ma nell’area collinare che circonda la città isontina erano già state allestite le difese austriache che respingono l’offensiva.
L’avanzata italiana si rivela poco efficace e mal organizzata: ben presto anche su questo fronte diventa chiaro che le linee sarebbero rimaste pressocché immobili, trasformandosi in una logorante guerra di trincea.

La guerra in montagna

Nell’estate del 1915 iniziano i combattimenti anche nelle Alpi Giulie e in Carnia. L’esercito austro-ungarico arma i forti presenti a Malborghetto (il Fort Hensel) e nei pressi del Lago di Raibl (Predil), che verranno bombardati dagli italiani. A luglio, il Battaglione Alpini Gemona conquista la Forchia di Cjanalot e il Pizzo Orientale creando così, assieme allo Jôf di Miezegnot e al vicino Jôf di Somdogna, un'ottima zona di controllo sul confine.
In Carnia gli scontri si concentrano nei pressi del Passo di Monte Croce Carnico: gli alpini occuparono il Pal Piccolo e il Pal Grande, mentre i Feldjäger il Freikofel. Entrambi gli eserciti miravano all’occupazione delle reciproche cime, senza però ottenere risultati significativi. Anche qui il conflitto si trasforma presto in una guerra di posizione logorante.
Il fronte carnico è noto anche per la mobilitazione di donne civili – le portatrici carniche – che dietro compenso trasportavano viveri e armamenti da valle fino alle prime linee in alta montagna.

Le prime quattro Battaglie dell’Isonzo

Tra giugno e novembre si combattono le prime quattro Battaglie dell’Isonzo: le offensive che l’esercito italiano attua nel tentativo di raggiungere Gorizia e Trieste. Le battaglie riguardano un fronte di circa 36 kilometri: dai monti Calvario, Sabotino, nei pressi di Gorizia, passando per il Monte sei Busi e il Monte San Michele, fino alle alture vicino Monfalcone, tra cui il Monte Cosich. Nessuna di queste battaglie porta a risultati significativi, ad eccezione della conquista del Monte Sei Busi in seguito alla terza. La Prima Battaglia dell’Isonzo si conclude con 3.500 morti e 11.500 feriti lato italiano; le successive portano alla morte decine di migliaia di uomini di entrambi gli schieramenti. Gli scarsi risultati ottenuti a fronte di queste esorbitanti perdite, a cui si sommava l’estenuante vita al fronte, atterrano il morale dei soldati italiani già nei primi mesi di una guerra che sarebbe durata anni.

Le retrovie in Friuli

In tutto ciò, il Friuli occidentale si trasforma in una grande retrovia: qui vengono accantonati 1.5 milioni di soldati. Udine viene scelta come sede del Comando Supremo dell’Esercito italiano e diventa così la “Capitale della guerra”. Nella cittadina si stanziano i centri direttivi, logistici e sanitari dell’esercito. Il re Vittorio Emanuele III prende alloggio a Torreano di Martignacco, presso villa Linussa (Villa Italia) e tra il 1915 e il 1917 effettua quotidiane ispezioni alle linee del fronte. Il 20 agosto Udine subisce il primo bombardamento aereo da parte degli alleati.

1916

La Guerra Bianca

Il rigido inverno aveva momentaneamente interrotto le operazioni sul fronte isontino e su quelli montani. I vertici militari approfittano della situazione per riorganizzare i propri eserciti e concordare nuovi piani di azione. A marzo ha inizio la Quinta Battaglia dell’Isonzo. Obiettivi ed esiti erano rimasti immutati: nessuna conquista a fronte di 13 mila uomini caduti.
Nello stesso mese l’esercito austro-ungarico conduce un’offensiva sul Pal Piccolo e il Pal Grande con l’obiettivo di sfondare la linea e giungere a Timau, nelle retrovie italiane. Gli scontri durano tre giorni, dal 26 al 29 marzo, finché gli austro-ungarici si rendono conto di non riuscire a sostenere lo sforzo e indietreggiano permettendo agli italiani di rioccupare il Pal Piccolo. Nel frattempo, anche le cime in Veneto e tra Lombardia e Trentino diventano teatro di numerosi scontri: inizia così quella che viene definita “Guerra Bianca”, combattuta in condizioni estreme tra neve e ghiacciai.

La Strafexpedition e la controffensiva italiana

Il 15 maggio 1916 ha inizio la Strafexpedition: la “spedizione punitiva” dell’Impero austro-ungarico contro i “traditori italiani”. Cadorna, Capo del Comando Supremo italiano, viene colto impreparato perché era convinto che l’esercito austro-ungarico si sarebbe limitato a difendere le proprie posizioni senza mai tentare un’offensiva. In pochi giorni il Monte Zugna a sud di Rovereto, il Col Santo, il Monte Maggio e il Monte Toraro a sud di Folgaria vengono occupati dell’esercito austro-ungarico che riesce ad avanzare fino all’Altopiano di Asiago. Oltre alle numerose perdite, molti soldati vengono catturati. Tra questi anche gli irredentisti trentini Cesare Battisti e Fabio Filzi che, una volta riconosciuti, vengono processati e impiccati per alto tradimento a Trento.
L’azione austro-ungarica si interrompe a giugno, per mancanza di uomini. Cadorna ne approfitta per organizzare una controffensiva che prosegue per oltre un mese. L'avanzata ha un parziale e momentaneo successo ma la difesa austro-ungarica, alla fine, si dimostra impenetrabile. Anche in questo settore, perciò, il fronte diventa in una linea immobile e il conflitto si trasforma in una guerra di logoramento.

L’attacco col fosgene sul Monte San Michele

Nel frattempo, sul Monte San Michele l’esercito austro-ungarico sperimenta un attacco con armi chimiche: il 29 giugno le trincee italiane vengono colpite da bombe al fosgene. L’esercito italiano non disponeva di dotazioni adeguate a proteggersi da un simile attacco e circa duemila soldati muoiono in pochi minuti. Altri cinquemila rimangono intossicati.
Tuttavia, anche i soldati asburgici subiscono le conseguenze di questa operazione: poco dopo l’attacco la direzione del vento cambia e trasporta la nube tossica tra le loro fila, causando centinaia di morti e oltre mille intossicati. A fronte delle numerose perdite umane non si verificò nessun cambiamento nelle linee del fronte.

La Sesta Battaglia dell’Isonzo e la conquista di Gorizia

Superata la minaccia della Strafexpedition, il Capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna assieme al Duca d’Aosta Emanuele Filiberto, comandante della Terza Armata, inizia a progettare una nuova offensiva lungo il fronte dell’Isonzo, anticipata da un fitto bombardamento nei pressi di Gorizia. Il 6 agosto inizia così la Sesta Battaglia. L’operazione è un successo immediato: le truppe asburgiche perdono il controllo del Monte San Michele e del Sabotino. Privati di queste alture strategiche, anche la linea a difesa di Gorizia crolla rapidamente. La notte tra il 7 e l’8 agosto gli italiani conquistano anche il Calvario. Privata la città di difese, i soldati italiani raggiungono e superano l’Isonzo. In città, pesantemente danneggiata dai bombardamenti delle artiglierie italiane, rimanevano solo 3200 civili.
Famoso è il caso di un giovane sottoufficiale, Aurelio Baruzzi, che riceve il permesso di attraversare a nuoto il fiume per portare la bandiera italiana sull’altra sponda. In pochi minuti raggiunge la stazione ferroviaria meridionale, ora Gorizia Centrale, e issa la bandiera decretando la conquista di Gorizia: si trattava della prima vittoria tangibile ottenuta dopo 15 mesi di guerra.
L’operazione prosegue per dieci giorni. Le truppe asburgiche comandate da Borojevic, consapevoli che non sarebbero riuscite a sostenere eventuali ulteriori attacchi, si ritirano abbandonando diverse postazioni strategiche come il Monte Sei Busi, l’area di Doberdò del Lago e il Monte Cosich, a nord di Monfalcone. Gli scontri provocano la perdita di circa centomila uomini tra morti, feriti e dispersi nelle le fila di entrambi gli schieramenti.

Settima, Ottava e Nona Battaglia dell’Isonzo

Forte di queste conquiste, a settembre Cadorna predispone un nuovo attacco sul fronte isontino. Il 14 settembre inizia quindi la Settima Battaglia dell’Isonzo: viene distrutta la prima linea difensiva austro-ungarica ma non si verificano a cambiamenti sul fronte, nonostante le ingenti perdite.
La situazione rimane praticamente immutata anche durante l’Ottava Battaglia dell’Isonzo, combattuta tra il 30 settembre e l’11 ottobre: l’esercito italiano raggiunge l’abitato di Iamiano, nei pressi di Doberdò del Lago, ma non riesce a mantenere la posizione. Anche in questo caso si sono verificate ingenti perdite a fronte di un’operazione vana.
Nel frattempo, l’esercito austro-ungarico ha iniziato i lavori per l’allestimento di una nuova linea difensiva sul Monte Ermada, un’altura del Carso triestino, con l’obiettivo di impedire a ogni costo all’esercito italiano di raggiungere Trieste.
Il 1° novembre la Terza Armata italiana e la Brigata Toscana tentano un nuovo sfondamento delle linee difensive austro-ungariche presso Doberdò, dando inizio alla Nona Battaglia dell’Isonzo. Nonostante una vittoria iniziale, però, non riescono a conquistare una quota decisiva e, quindi, a far cadere il fronte. Il 4 novembre Cadorna sospende l’attacco: gli uomini erano troppo pochi per sostenere l’operazione e il morale dei soldati era irrecuperabile. Dilaga, in particolare, un senso di inutilità di tutte quelle perdite: i soldati al fronte vedevano morire i propri compagni a migliaia, senza che questo portasse ad alcun risultato tangibile.

La crisi dell’Impero Austro-Ungarico

Il 21 novembre viene a mancare l’imperatore d’Austria-Ungheria Francesco Giuseppe e con la sua morte diviene evidente la fragilità dell’Impero, attraversato da una crisi sia militare e che civile. Il suo successore, Carlo I, decide di aprire un dialogo con Francia e Inghilterra per predisporre un’eventuale pace separata. Avanza una proposta che, però, non comprende alcuna concessione al Regno dei Savoia. Il Ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino viene informato e invitato a un confronto con i rappresentanti d’Austria-Ungheria per formulare una controproposta. L’Italia si mostra inamovibile: non avrebbe rinunciato a nessuna rivendicazione espressa nel Patto di Londra. Il tentativo di raggiungere la pace, quindi, si arena.

1917

Lo scenario internazionale: Russia e Stati Uniti

Il 1917 si apre con uno degli inverni più rigidi di tutto il Novecento, costringendo gli eserciti su tutti i fronti a una pausa forzata. Al contrario, lo scenario internazionale al di fuori dei campi di battaglia subisce una rapida evoluzione. La Russia, sconvolta da tensioni e rivolte interne e dalla deposizione dello zar, inizia a preparare la propria uscita di scena. Nel frattempo, la Germania annuncia di voler intraprendere una guerra sottomarina nell’Oceano Atlantico. Questa dichiarazione d’intenti mobilita gli Stati Uniti che, ad aprile, dichiarano guerra allo stato tedesco.

La Decima Battaglia dell’Isonzo

Sul fronte isontino gli scontri ricominciano a primavera inoltrata: l’obiettivo di Cadorna era gettare le basi per la conquista di Trieste. Il 12 maggio ha inizio la Decima Battaglia dell’Isonzo con l’obiettivo di sfondare le difese di Quota 383 nei pressi di Plava, del Monte Santo e dell’Ermada. I risultati sono altalenanti: gli italiani conquistano Quota 383 e si dirigono verso il Monte Kuk, che viene occupato e perso nel giro di poche ore. La cima viene conquistata il 17 maggio, ma gli italiani non riescono ad avanzare verso il Monte Santo. Il 20 maggio l’operazione viene quindi sospesa.
Il bombardamento italiano riprende il 23 maggio con grande intensità: l’esercito riesce a sfondare le linee e, il 24 maggio, la Brigata Toscana raggiunge le foci del Timavo. Quest’area diventa teatro di un’operazione destinata al fallimento concepita da Gabriele d’Annunzio: il piano consisteva nell’attraversare il fiume, conquistare Quota 28 e avanzare verso il castello di Duino dove si sarebbe dovuta issare la bandiera italiana. L’intenzione era indurre gli italiani di Trieste a rivoltarsi contro le autorità asburgiche. Di fatto, la bandiera sarebbe stata invisibile da una così lunga distanza (20 km circa separano Duino e Trieste) e l’avanzata quasi impossibile a causa delle numerose difese nella zona. Il piano viene attuato comunque: i soldati della Brigata Toscana che riescono a raggiungere la Quota 28 rimangono lì bloccati e isolati. Una parte decide di ammutinarsi, mentre il resto della truppa si ritira in mezzo alle raffiche di proiettili austro-ungarici: muoiono diversi uomini tra cui Giovanni Randaccio, il comandante della Brigata. Con l’ennesimo fallimento si conclude così la Decima Battaglia dell’Isonzo.
Il 3 giugno l’esercito austro-ungarico organizza una controffensiva: l’attacco coordinato di bombardamenti e fanteria costringe gli italiani ad arretrare di oltre un chilometro, vanificando così il poco terreno conquistato nella decima battaglia.

L’Undicesima Battaglia dell’Isonzo

Cadorna, consapevole che il Monte Ermada era ben difeso dall’esercito asburgico, decide di concentrare l’offensiva nell’area tra Gorizia e Tolmino. Mezzo milione di soldati venne dispiegato sull’Altopiano della Bainsizza: il 19 agosto inizia l’Undicesima Battaglia dell’Isonzo. In poco tempo la Seconda Armata si addentra nell’Altopiano catturando 11 mila prigionieri e facendo proprie decine di cannoni. Il 24 agosto in breve tempo viene conquistato il Monte Santo. La facilità con cui l’operazione si risolve stupisce persino il Comando Supremo. La Bainsizza, però, era caratterizzata da un terreno difficile da attraversare con gli armamenti pesanti e il Monte San Gabriele era ben difeso dall’esercito austro-ungarico. Quest’ultimo obiettivo non iene raggiunto e l’operazione viene sospesa il 29 settembre.
La facilità con cui gli italiani riuscirono a penetrare nell’Altopiano della Bainsizza non era, però, un caso. L’esercito austro-ungarico si era infatti ritirato, sperando che la conformazione del terreno rallentasse l’avanzata italiana, per riorganizzarsi nei pressi di Tolmino.

La Dodicesima Battaglia dell’Isonzo

Nel frattempo, la Germania decide di intervenire in favore degli alleati asburgici: entrambe le potenze erano consapevoli che l’esercito austro-ungarico non avrebbe potuto resistere a ulteriori offensive italiane sul fronte isontino se lasciato da solo. Germania e Austria-Ungheria organizzano quindi un’offensiva tra Plezzo (oggi Bovec) e Tolmino con l’obiettivo di far arretrare gli italiani alla linea di confine precedente la guerra ed eventualmente raggiungere il Tagliamento. L’attacco viene preparato rapidamente e numerosi soldati tedeschi raggiungono il fronte in segreto.
In autunno, gli ufficiali italiani si convincono che non si sarebbero verificati ulteriori scontri fino alla primavera successiva, al punto da sottovalutare i racconti dei disertori austro-ungarici che parlavano di una grande concentrazione di uomini e armi tra la zona di Plezzo e Tolmino. L’esercito italiano non era dunque preparato a difendere l’area e continuava a operare in ottica offensiva.
Alle 2 del mattino del 24 ottobre i cannoni austro-germanici iniziano a fare fuoco. In poche ore la prima linea italiana rimase isolata e, alle 7 del mattino, viene attaccata dalla fanteria austro-tedesca. I soldati italiani, colti impreparati e privi di ordini ufficiali, non oppongono resistenza e abbandonano le proprie postazioni. I battaglioni tedeschi raggiungono e occupano Caporetto (oggi Kobarid) in giornata.

La Ritirata di Caporetto

Gli italiani ricevono ordini appena il giorno successivo: “abbandonare tutte le posizioni”. La situazione era disperata e in molti, oramai accerchiati dai tedeschi, decidono di farsi catturare.
Il contingente guidato dal giovane Erwin Rommel ad esempio raggiunge con facilità l’altopiano del Kolovrat e conquista il Monte Matajur, la cima più alta delle Valli del Natisone, in appena 2 giorni.
Cadorna trasferisce il Comando Supremo da Udine a Treviso. Le truppe italiane, prive di qualsiasi indicazione, si ritirano dirigendosi verso la pianura friulana. Ricevono poi l’ordine di ripiegare sul Tagliamento, dove avrebbero dovuto allestire una nuova linea. Vengono seguite dai primi civili friulani che abbandonarono le proprie case.
L’esercito austro-ungarico procede a una velocità impressionante fino al Tagliamento, nello stupore dei suoi stessi comandanti. Incontra alcuni tentativi di resistenza, come quella opposta a Purgessimo, Cividale del Friuli, dal Forte del Monte Festa, in Val Resia o nei pressi di Mortegliano, Pozzuolo del Friuli e dell’attuale Basiliano.
L’ordine di fermare l’avanzata nei pressi del Tagliamento si rivela presto impraticabile. Il 31 ottobre si verifica un disperato tentativo di respingere l’esercito austro-tedesco presso il Monte di Ragogna e nei pressi dei ponti di Pinzano e Cornino. L’ultimo tentativo di resistenza si verifica nella Battaglia di Pradis (5-6 novembre). Compresa l’inefficacia di queste azioni, le truppe ricevono l’ordine di ripiegare verso il Piave, dove riescono ad allestire e mantenere una buona linea difensiva che costituirà il nuovo fronte.
Le gravi perdite costringono il Comando Supremo a schierare da subito la famigerata "classe del '99", i ragazzi nati nel 1899 e perciò appena maggiorenni. Dopo un breve addestramento vengono trasferiti lungo il Piave e isolati dai reparti sopravvissuti a Caporetto: in questo modo non sarebbero stati influenzati dal disfattismo che in quei giorni regnava nelle file dell'esercito e in larga parte della società italiana.

Il Friuli occupato

Il Comando supremo austro-ungarico stabilisce che le truppe di occupazione si sarebbero dovute sostenere con le sole risorse presenti nei territori occupati, si susseguono quindi numerosi saccheggi. Il territorio veneto-friulano occupato viene amministrato dalle autorità militari asburgiche e a livello locale vengono costituite delle giunte provvisorie.
A seguito della “Disfatta di Caporetto” Cadorna viene sostituito da Armando Diaz che si dimostrerà un abile mediatore e riuscirà a dissolvere il clima di terrore che si era diffuso.

1918

I 14 punti di Wilson

All’alba del nuovo anno cambia anche lo scacchiere politico internazionale che faceva da sfondo al conflitto. L’uscita di scena della Russia aveva portato alla rivelazione degli accordi segreti del Patto di Londra: venivano quindi rese pubbliche le rivendicazioni territoriali avanzate dal Regno d’Italia che non si limitavano ai cosiddetti territori irredenti (Trento e Trieste) ma dimostravano un’ambizione imperialista.
A gennaio il presidente degli Stati Uniti Thomas Wilson tiene un discorso in 14 punti sui rapporti internazionali che si sarebbero dovuti mantenere al termine del conflitto, in particolare critica le politiche imperialiste e colonialiste e si schiera a fianco dei popoli che rivendicavano il diritto all'autodeterminazione. Ciò significava che, se si fosse dissolto l’Impero austro-ungarico, gli Stati Uniti avrebbero sostenuto la nascita di nuovi Stati a carattere nazionale e avrebbero quindi contrastato le rivendicazioni italiane sull’Istria e la Dalmazia.

Gli ultimi mesi di guerra

Gli ultimi mesi di guerra si sono combattuti nei settori occidentali e centrali: nell’area tra Lombardia e Alto Adige e in Veneto. In primavera l’esercito italiano riesce a conquistare terreno, in particolare sul Massiccio dell’Adamello. Nel frattempo, Guglielmo II di Germania impone all’Imperatore Carlo I di organizzare un’offensiva sul fronte italiano per sostenere le operazioni tedesche in Francia. Il 15 giugno inizia così la Battaglia del Solstizio sull’Altopiano di Asiago che, dopo una prima fase favorevole agli austro-ungarici, si rivela inconcludente. L’esercito italiano riesce a fermare l’avanzata e a difendere la linea del fronte rappresentata dal Piave.
Tutti i fronti aperti erano, dunque, favorevoli alle potenze dell’Intesa e iniziava a farsi strada l’idea che la guerra potesse concludersi a breve. Il generale Diaz viene obbligato a predisporre un’offensiva: l’obiettivo era sfondare le difese austro-ungariche e avanzare verso il Livenza. Un attacco congiunto sul Monte Grappa e sul Piave consente all’esercito italiano di cogliere impreparate le truppe austro-tedesche costringendole ad arretrare.

La fine della Grande Guerra

L’evoluzione del conflitto negli ultimi mesi di guerra rende chiaro alle potenze alleate che non avrebbero più potuto ottenere risultati significativi: il 31 ottobre i generali austro-ungarici e quelli italiani si incontrano a Villa Giusti, alle porte di Padova, per iniziare a discutere le condizioni di pace. L’Italia propone un armistizio basato sulle richieste del patto di Londra: si chiedeva il diritto dell'esercito di occupare tutte le terre austro-ungariche sul litorale adriatico, la riduzione dell'esercito, la consegna del 50% dell'artiglieria, la liberazione immediata dei prigionieri e il ritorno in Germania delle truppe tedesche entro due settimane. Carlo I non poteva fare altro che accettare. L’armistizio viene firmato il 3 novembre 1918 e il “cessate il fuoco” sarebbe entrato in vigore il giorno successivo: terminava, così, la Grande Guerra sul fronte italo-austriaco.
Mentre procedevano i colloqui a Villa Giusti, però, gli eserciti non si fermavano: quello austro-ungarico tenta disperatamente di ripiegare mentre quello italiano procede al suo inseguimento per occupare più territorio possibile. A ogni armata viene affidato un territorio da raggiungere tra Veneto, Trentino, Alto Adige e Friuli.
Il cacciatorpediniere Audace, il 3 novembre, attracca al Molo San Carlo di Trieste, di fronte a Piazza Grande, poi ribattezzati Molo Audace e Piazza Unità di Italia. Si trattava della prima nave italiana a giungere a Trieste, abbandonata dal governatore austro-ungarico già da due giorni.
La guerra si sarebbe conclusa definitivamente la settimana successiva, l’11 novembre 1918, con la firma dell’armistizio tra gli Alleati e la Germania.