La Seconda Guerra Mondiale

1939 – 1945

1939-'40

L'invasione della Polonia

Il 1° settembre 1939 la Germania nazista attaccò la Polonia, segnando l'inizio della Seconda guerra mondiale sul continente europeo. Il 3 settembre Francia e Inghilterra dichiararono guerra alla Germania. Il 17 settembre, come stabilito dai protocolli segreti del patto Molotov-Ribbentrop, anche le forze armate dell’Unione Sovietica attaccarono la Polonia, che capitolò a inizio ottobre. Nonostante l'iniziale posizione di “non belligeranza” assunta dall'Italia fascista, l'apertura delle ostilità diffuse un’immediata ondata di apprensione lungo il confine nord-orientale del Paese. L'area del Friuli e della Venezia Giulia avvertì subito il peso strategico della propria collocazione geografica, cerniera nevralgica verso l'Europa centrale e balcanica.

L’invasione nazista della Francia

Dopo aver conquistato la Polonia insieme all’alleato sovietico, le armate tedesche attaccarono Danimarca e Norvegia, strategiche per il controllo del traffico del ferro proveniente dalla Svezia. A quel punto, Hitler decise di puntare direttamente verso la Francia, violando la neutralità di Belgio, Olanda e Lussemburgo e aggirando così la linea fortificata francese chiamata “Linea Maginot”. La campagna francese si risolse in una guerra lampo (blitzkrieg) che portò le armate naziste a entrare a Parigi il 14 giugno e il governo francese a firmare un armistizio il 22 giugno.

Il discorso di Churchill alla Camera dei Comuni

Con la Francia in procinto di soccombere allo strapotere nazista, l’ultimo grande Paese europeo rimasto a fronteggiare il nemico tedesco era la Gran Bretagna. Il 3 giugno 1940 il primo ministro Winston Churchill pronunciò un discorso alla Camera dei Comuni in cui dichiarava che non si sarebbero mai arresi e avrebbero combattuto fino alla vittoria. Hitler e i suoi uomini decisero allora di colpire duramente le isole britanniche con bombardamenti che avevano lo scopo di eliminare l’aviazione inglese, di distruggere i centri industriali e di fiaccare il morale della popolazione. Una volta conquistata la superiorità aerea, i tedeschi avrebbero invaso l’isola. Incontrò però una strenua resistenza e già a fine settembre la “battaglia d’Inghilterra” era stata vinta dall’aviazione inglese.

L'Italia entra in guerra

Il 10 giugno 1940 l'Italia abbandonò la “non belligeranza” ed entrò ufficialmente nel secondo conflitto mondiale a fianco della Germania. Per il Friuli e la Venezia Giulia, l'ingresso in guerra significò la rapida militarizzazione del territorio e la partenza dalle caserme regionali di migliaia di giovani richiamati alle armi.

1941

Invasione della Jugoslavia da parte dell'Asse

Nell'aprile del 1941 le potenze dell'Asse attaccarono il Regno di Jugoslavia. Il paese capitolò rapidamente e il suo territorio fu spartito tra la Germania nazista e i suoi alleati. L'Italia fascista procedette all'annessione di parte della Slovenia, istituendo la Provincia di Lubiana. Il territorio fu oggetto di una sistematica politica di repressione degli sloveni. Questa politica alimentò le fratture già presenti all’interno della società, gettando il Paese nel caos e provocando anche la formazione delle prime attività resistenziali e dei primi nuclei di guerriglia partigiana decisi a contrastare l'occupazione militare italiana. Nella Bassa friulana vennero allestiti i campi di concentramento di Gonars e di Visco, destinati a imprigionare migliaia di civili sloveni e croati considerati nemici o sospettati di connivenza con il nascente movimento partigiano

La Campagna di Russia

A partire dal giugno 1941, l'Italia partecipò all'invasione dell'Unione Sovietica inviando prima il Corpo di spedizione italiano in Russia (CSIR) e successivamente l'Armata italiana in Russia (ARMIR). Questo fronte lontano si legò in modo tragico e indissolubile alla storia del Friuli: dalle stazioni ferroviarie e dalle caserme della regione partirono migliaia di soldati, tra cui i giovanissimi alpini della Divisione “Julia”.

Pearl Harbour e l'entrata degli Stati Uniti in guerra

La guerra si stava sviluppando su diversi fronti, tra cui quello asiatico. Qui, le aspirazioni imperiali giapponesi sul Pacifico e sull’Estremo Oriente finirono per scontrarsi con l’ingombrante presenza degli Stati Uniti. Con un attacco a sorpresa contro la base navale americana di Pearl Harbour, nelle isole Hawaii, l’aviazione giapponese distrusse gran parte delle forze navali statunitensi. Questo episodio sancì l’entrata in guerra degli Stati Uniti al fianco di Gran Bretagna e Unione Sovietica.

1942

La battaglia di El Alamein

Nell’estate del 1942, le forze italo-tedesche presenti sul fronte nord-africano riuscirono a spingersi nell'entroterra egiziano controllato dagli inglesi. Nell’autunno dello stesso anno, le forze britanniche approntarono però una contro offensiva che travolse le truppe nazifasciste facendole retrocedere fino alla Tunisia e costringendole ad arrendersi nel maggio del 1943. L’azione italiana nella campagna d’Africa viene spesso associata alla strenua resistenza per contenere l’avanzata britannica durante la battaglia di El Alamein, vinta comunque dalle armate alleate.

Il Vallo Alpino del Littorio

Nell'ottobre del 1942 vennero sospesi i lavori di costruzione del Vallo Alpino del Littorio. Si trattava di un imponente sistema di fortificazioni permanenti realizzato a partire dagli anni '30 lungo tutto l'arco alpino, voluto dal regime fascista. In Carnia, nel Canal del Ferro e in Valcanale vennero edificati, a partire dal 1935, quasi quattrocento bunker. Paradossalmente, questo colossale sforzo ingegneristico e militare fu concepito lungo il confine nord-orientale anche per difendere l’Italia dalle potenziali mire espansive dell'alleato tedesco, in particolare dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich. Pur rimanendo parzialmente incompiuto e non entrando formalmente in funzione durante il conflitto, questo reticolo di cemento armato segnò profondamente il paesaggio montano friulano, venendo poi in parte riattivato nei primi anni Cinquanta per le esigenze della Guerra Fredda.

La controffensiva sovietica e la ritirata di Russia

Nell'inverno tra il 1942 e il 1943, la controffensiva sovietica travolse le linee italiane sul fiume Don, costringendo i reparti a una disperata ritirata a piedi nel gelo della steppa. Il bilancio fu catastrofico: moltissimi militari friulani persero la vita in combattimento o per assideramento, oppure scomparvero nei campi di prigionia sovietici. Nel febbraio del 1943 l’Armata Rossa riuscì a rompere l’assedio tedesco della città di Stalingrado, che divenne il simbolo della resistenza sovietica durante l’invasione nazista.

1943

La caduta del fascismo: la destituzione di Mussolini

Nel corso della guerra, l’appoggio al regime fascista si era ridotto sempre di più. Già dall’inizio del 1943, si manifestarono i primi sintomi dell’insofferenza della popolazione italiana. Tra il 9 e il 10 luglio gli alleati sbarcarono in Sicilia dando inizio alla campagna d’Italia. Il 25 luglio 1943 Mussolini venne destituito dai suoi stessi collaboratori e subito dopo venne arrestato, segnando così il collasso del regime fascista.

L’armistizio e i primi infoibamenti

Dopo l’arresto di Mussolini, venne nominato capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio. Avviate le trattative con gli anglo-americani, il 3 settembre si giunse alla firma di un armistizio. Quando l’8 settembre quest’ultimo venne annunciato, l'esercito italiano, lasciato senza direttive, si sfaldò. Le truppe della Germania nazista, attuando i piani previsti da tempo, occuparono le città, le ferrovie e i passi alpini del nord Italia. In questo repentino vuoto di potere, nell'Istria interna si verificarono i primi drammatici episodi di infoibamento ad opera dei nuclei partigiani jugoslavi.

La nascita della Resistenza italiana

Dopo l’armistizio, nel centro-nord Italia si sviluppò un movimento resistenziale che aveva come scopo principale quello di liberare il Paese dalle forze tedesche e dai gruppi fascisti che si stavano pian piano riorganizzando. La Resistenza italiana fu un’esperienza collettiva rappresentata da formazioni diverse, con orientamenti politici difformi ma che misero da parte le differenze per sconfiggere il nazifascismo. Nel Friuli e soprattutto nella Venezia Giulia l’appartenenza politico-ideologica dei nuclei partigiani si legò inesorabilmente alle questioni nazionali che riguardavano quei territori, portando ad atti di violenza aperta all’interno dello stesso movimento resistenziale.

L'istituzione della Zona d'operazioni del Litorale adriatico (OZAK)

Il 1° ottobre 1943 Hitler ordinò la creazione della Zona d'operazioni del Litorale adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland – OZAK). Questo provvedimento sottrasse l'intero territorio del Friuli, della Venezia Giulia e dell'Istria al controllo della neonata Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, ponendolo sotto il controllo diretto tedesco. La regione venne di fatto annessa al Terzo Reich, subendo una spietata logica di sfruttamento economico e di controllo poliziesco.

La Risiera di San Sabba

Sotto la diretta gestione del comando delle SS di Trieste, la Risiera di San Sabba – un ex stabilimento per la pilatura del riso – venne convertita nell'autunno del 1943 in un campo di detenzione di polizia. La struttura divenne il principale centro di smistamento per gli ebrei e gli oppositori politici del nord-est diretti verso i campi di sterminio del Reich come Auschwitz, Dachau e Mauthausen. Il primo treno per Auschwitz da Trieste partì nell’autunno del 1943.

1944

Il forno crematorio nella Risiera di San Sabba

Nel 1944 nella Risiera fu installato un forno crematorio, trasformandola nell'unico campo con impianto di cremazione sul territorio italiano. Qui vennero trucidati tra i 3.000 e i 4.000 prigionieri, tra resistenti italiani, sloveni e croati, oltre a civili inermi, segnando il culmine della violenza nazifascista nella Venezia Giulia.

I bombardamenti aerei alleati

A partire dall'8 settembre 1943, con l'inclusione della regione nell'OZAK, il Friuli e Trieste subirono sistematici e devastanti bombardamenti aerei da parte delle forze alleate, intenzionate a distruggere i nodi ferroviari, i ponti e le stazioni che univano l'Italia all'Austria. Città come Udine e aree con infrastrutture strategiche come quelle di Casarsa vennero duramente colpite. Il 10 giugno 1944 Trieste subì un attacco violentissimo che causò più di 400 morti e numerosi feriti.

La Repubblica libera della Carnia e dell’Alto Friuli

Nell'estate del 1944 l'azione coordinata della Resistenza italiana portò alla liberazione di un vasto territorio montano e pedemontano dal controllo nazifascista. Nacque così la Zona libera della Carnia e dell'Alto Friuli, la più estesa tra le “Repubbliche partigiane” dell'Italia settentrionale. Questa straordinaria pagina di libertà e autogoverno civile si interruppe bruscamente il 10 ottobre 1944, quando una violenta controffensiva nazifascista riconquistò l'area.

L'occupazione cosacco-caucasica in Friuli

Per contrastare l'avanzata partigiana e presidiare la zona montana, il comando tedesco insediò in Carnia e nell'Alto Friuli tra i 20.000 e i 40.000 collaborazionisti russi anti-sovietici, noti come Cosacchi e Caucasici, giunti nella regione con famiglie, masserizie e cavalli. Si trattava di popolazioni che avevano scelto di cooperare con Hitler pur di abbattere il regime staliniano. L'occupazione territoriale fu drammatica per le comunità friulane: i reparti cosacchi vennero impiegati in spietate operazioni di rastrellamento antipartigiano e si resero protagonisti di sistematiche violenze, saccheggi, furti e incendi di interi villaggi. Il loro insediamento forzato lasciò una ferita profonda nella memoria collettiva locale.

1945

L'eccidio di Porzûs e la frattura interna alla Resistenza

Il 7 febbraio 1945, presso le malghe di Porzûs (Faedis), si consumò una delle pagine più dolorose della Resistenza italiana. Un commando di partigiani comunisti dei GAP assaltò il quartier generale della Brigata Osoppo, una formazione di orientamento cattolico, azionista e patriottico, assassinando diciotto partigiani (tra cui il comandante Francesco De Gregori, zio dell'omonimo cantante, e Guido Pasolini, fratello del celebre scrittore Pier Paolo). L'eccidio rappresentò il culmine tragico delle tensioni politiche e ideologiche interne al movimento partigiano. Mentre i gappisti e il comando della Divisione Garibaldi Natisone accettarono le rivendicazioni del Fronte di Liberazione sloveno sull’area di confine, gli osovani difendevano l'italianità del territorio.

L'offensiva finale alleata e la liberazione di Udine

Negli ultimi giorni di aprile del 1945, le forze alleate anglo-americane e l'insurrezione generale proclamata dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) travolsero le ultime linee difensive naziste in Italia. Investiti dall'avanzata, i reparti cosacchi iniziarono una drammatica e caotica ritirata verso l'Austria attraverso il passo di Monte Croce Carnico. Il 1° e il 2 maggio le avanguardie britanniche e neozelandesi fecero il loro ingresso ufficiale a Udine e nella pianura friulana, sancendo la definitiva liberazione del territorio dall'occupazione straniera. L'arrivo delle truppe alleate fu accolto con immensa gioia dalla popolazione locale, stremata da anni di miseria e distruzioni, pur non mancando successivi episodi di tensione legati alla gestione dell'ordine pubblico e alla sicurezza dei cittadini.

Le truppe jugoslave entrano a Trieste e Gorizia: iniziano i "quaranta giorni"

Il 1° maggio 1945 le truppe della 4ª Armata dell'Esercito di liberazione jugoslavo guidato da Tito fecero il loro ingresso a Trieste e a Gorizia, anticipando le colonne delle forze alleate occidentali. Ebbe così inizio il drammatico periodo dell’occupazione jugoslava delle città giuliane. Sotto l'amministrazione militare di Belgrado si verificò una seconda e più vasta ondata di infoibamenti, uccisioni e deportazioni, che colpì non solo i residui esponenti del fascismo, ma anche membri del CLN italiano, agenti di polizia, funzionari pubblici e semplici cittadini contrari ai progetti di annessione alla nascente Jugoslavia comunista.

La fine della Seconda guerra mondiale in Europa

L'8 maggio 1945, con la firma della resa incondizionata della Germania nazista, cessarono le ostilità della Seconda guerra mondiale sul territorio europeo. La fine della guerra portò un senso diffuso di sollievo in tutto il Friuli, ma nella Venezia Giulia la celebrazione della vittoria rimase sospesa e carica di profonde inquietudini. La sconfitta del nazifascismo lasciava sul terreno un drammatico vuoto di potere e una contesa confinaria tutt'altro che risolta. Il crollo dell'ordine precedente trasformò immediatamente la frontiera giuliana nel primo, pericoloso terreno di scontro diplomatico e militare tra gli Alleati occidentali e il blocco comunista, segnando l’inizio della transizione dalla Seconda Guerra Mondiale alla Guerra Fredda